18/05 Perugia verso il 21 Maggio a Bologna. Desiderare l’im/possibile. Corpi che contano oltre i confini.

C’è uno spettro che si aggira per l’Europa, è lo spettro del Gender.

È venuto il momento di rivendicare la nostra esistenza, la nostra “impossibilità”. Nessuna sentinella e nessuna barriera può contenere la nostra eccedenza. Rimandiamo al mittente retoriche di civiltà che strumentalizzano i diritti delle donne e i diritti lgbtq per vestirsi di democrazia. Non ci basta unirci in coppie mansuete dedite al confino domestico se non viene garantito a tutt@ diritto al welfare, alla salute e al reddito. I nostri sono corpi che contano oltre i confini, che disgregano l’eterosessualità obbligatoria e ogni violenza sessista, razzista e fascista.
La potenza del gender blocca ogni utilizzo dei diritti civili per determinare i confini dell’Europa. Sta attraversando l’Italia, da Napoli a Roma, da Pisa a Bergamo, da Milano a Torino fino a Padova per esplodere in moltitudine il 21 maggio a Bologna.

A Perugia ci incontriamo mercoledì 18 maggio alle 18,00 presso l’aula formazione della Casa dell’Associazionismo, via della Viola 1 per prepararci a questa avanzata. Prenderà parte all’avanzataFederico Zappino, filosofo e traduttore italiano di Judith Butler, con un intervento dal titolo “Desiderare l’impossibile (Sovversione dell’eterosessualità)”: insieme, e in considerazione dell’approvazione del ddl Cirinnà, vogliamo riarticolare un discorso più ampio sulle poste in gioco della trasformazione sociale in chiave transfemminista e queer in vista della Manifestazione del SomMovimento NazioAnale “Veniamo Ovunque”, del 21 maggio a Bologna.

veniamovunqueSommovimento NazioAnale Perugia e Federico Zappino.
Per chi fosse interessato stiamo organizzando un autobus. Veniamo ovunque e per venire insieme puoi contattarci a questo numero: 373 852 7228 (Michela) o a questo indirizzo email: veniamovunquepg@inventati.org

Stay rebel stay queer!

#veniamovunque

#lottanale

Evento FB https://www.facebook.com/events/1103715956361253/

Blog Sommovimento NazioAnale https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/

Chiamata NazioAnale e Dichiarazione di Indipendenza della Popola delle Terre Storte https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2016/05/05/dichiarazione-di-indipendenza-della-popola-delle-terre-storte/

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Dichiarazione di indipendenza della Popola delle Terre Storte

Da somMovimentonazioAnale

Corrono tempi bui. Grigi signori in piedi con libri in mano, schierati a scacchiera nelle piazze, predicano di correre subito ai ripari perché imminente è la disfatta dell’ordine (v)eterosessuale e la vittoria dell’Internazionale Frocialista. E hanno ragione. Senonché di ripari, non ve n’è alcuno!

Corrono tempi bui. Mesi di travagliate discussioni affinché i parlamentari decretassero che le froce si possono unire in coppie docili e mansuete, senza pargoli da allevare. Ma ben prima della loro autorizzazione, abbiamo costruito e viviamo reti d’affetto multiple, fatte di amiche, compagn@, fratelle, sorelli, bambin*, amanti.

Corrono tempi bui. Società sessiste e eteropatriarcali si scoprono paladine della libertà femminile solo quando serve per mostrificare i musulmani e militarizzare le città. Ma la lotta delle donne contro la violenza maschile è da sempre autorganizzata. Femministe, migranti e froce di tutti i colori già sfilano insieme per distruggere i confini e per il transito illimitato tra i generi e i territori.

Corrono tempi bui. Vi sono luoghi di lavoro in cui ci dobbiamo fingere eterosessuali, altri in cui siamo obbligate a regalare la nostra eccentricità all’azienda, confezionandola secondo i desideri dell’ufficio marketing. E anche se il glamour gay, lo chic lesbo, il look underground fanno aumentare i loro profitti, misera è la nostra paga e precaria la nostra vita. Ora basta! Mentre si prepara la fucsia primavera, se proprio dobbiamo venderci, saremo noi a stabilire il prezzo e il modo.

Froce incivili, creative esaurite, camioniste fuori moda, vecchie checche senza contributi, trans* euforiche/i/u, massaie critiche, butch insolventi, puttane inflazionate, nonne ribelli, precarie messe al bando, ci siamo unit* e proclamiamo al mondo la

DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DELLA POPOLA DELLE TERRE STORTE

Siamo finocchie selvatiche, femministe in erba, trans in fiore, genuine e clandestine: creiamo genealogie e parentele oltre le specie. Siamo trans-ecologiste e resistiamo alla radioattività della famiglia nucleare sperimentando forme sovversive di affetto, piacere, solidarietà, relazione.

Siamo le guerrigliere della lotta anale contro il capitale.

Sottraiamo la nostra creatività ai brand della moda. La contessa di AccaEmme, la regina di Kos, da oggi si vestiranno da sole.

Designer e parrucchiere, stiliste e commessi, allestiamo apparati effimeri per il funerale dell’eterosessualità obbligatoria.

Lesbiche virtuose del fai-da-te, non maneggiamo più trapani, seghe, martelli per vendere le merci del Re Merlin, ma li usiamo per costruire spazi liberati dallo sfruttamento e dalla competizione neoliberista.

Ci siamo già infiltrate nelle redazioni dei giornali femminili, delle radio commerciali, della televisione nazionalpopolare: interrompiamo la trasmissione dei ruoli sessuali e la programmazione delle nuove identità preconfezionate, produciamo format di sovversione.

Con i poteri che ci siamo date, aboliamo il culto dell’autoimprenditorialità e l’obbligo di trasformare tutto ciò che siamo e facciamo in qualcosa di spendibile sul mercato del lavoro. Startuppami ‘sta fregna!

Con le briciole di riconoscimento concesse dall’azienda e dalle politiche antidiscriminatorie ci facciamo i biscottini. Abbiamo comunque deciso di prenderci tutta la pasticceria.

Parliamo noi per noi stes(s)e e ci autoriconosciamo, le une con gli altri/e/u.

Sottraiamo per sempre i nostri saperi e quelli prodotti su di noi all’Accademia del Capitale, per restituirli alla libera circolazione. Non saremo più un caso di studio, perché le nostre vite eccedono qualunque teoria: autogeneriamo conoscenza su di noi, animali umani e non umani, e sul mondo.

Ci riappropriamo in forma collettiva e autogestita dei nostri corpi, della loro capacità di godere, di creare, di trasformarsi.

Nelle consultorie transfemministefroce, decostruiamo e ri-costruiamo i nostri corpi con tutte le protesi fisiche e chimiche che desideriamo, reinventiamo i canoni estetici, i piaceri, il concetto di salute e sovvertiamo le pratiche della cura.

Lavorare stanca: nella fucsia primavera proclamiamo l’abolizione del ricatto del lavoro.

Istituiamo un piano queerquennale che prevede casa, luce, acqua, rose, gardenie e fiori di lotta perpetua per tutti, tutte e tette.

Siamo stufe di stare in appartamenti cari e brutti: ci riprendiamo basiliche, ville, condomini sfitti e castelli per tutti, tuttu e tutte! A ciascuna, ciascuno e ciascunu secondo i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue fantasie.

Proclamiamo l’inizio della de-civilizzazione. Rifiutiamo la logica che divide le culture in “avanzate” e “arretrate” con la scusa dei “diritti” delle donne o delle cosiddette “minoranze” sessuali. Sostituiamo l’avanzata rettilinea del Progresso con percorsi obliqui, grovigli, passi di danza, vagabondaggi.

Ci prendiamo tutto lo spazio che ci serve. I pompieri sugli alberi miao, gli sgomberi ciao.

Noi, Popola delle Terre Storte, irrompiamo nello spazio pubblico oltre le forme autorizzate del vivere.

Siamo uscite/i/u dalle dark room, dalle palestre, dai ritiri in campagna, debordiamo dagli spazi autogestiti sgomberati, dalle strade e dai marciapiedi, dai luoghi perimetrati dove volevate ghettizzarci. Convergiamo in spazi comuni in continua espansione. Contaminiamo ogni luogo con la nostra favolosità: ogni via, ogni strada, ogni angolo ci serve per ridisegnare le geografie dei desideri e dei piaceri. Chi ci voleva a casa a spolverare i mobili, ci ha trovato in strada a polverizzare i ruoli di genere.

Siamo l’imprevisto nell’ingranaggio del capitale. Venite e godete con noi!

sommov4

Sabato 21 maggio, Bologna

Manifestazione nazioAnale TransfemministaLellaFrocia

VENIAMO OVUNQUE!

Spazi corpi desideri autogestiti

L’orario e il luogo della città in cui si radunerà la Popola delle Terre Storte saranno annunciati al più presto, cosi’ come i contatti a cui fare riferimento per VENIRE da Roma, Padova, Trento, Perugia, Napoli ecc.

fb: sommovimento nazioanale

mail: campeggia[chiocciola]anche[punto]no

Per info su Bologna: smaschieramenti[chiocciola]inventati[punto]org

Per venire insieme da altre città: i contatti saranno diffusi al più presto

(le mail sono scritte strano per proteggerle dallo spam!)

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Se questo è un frocio… SIAMO TUTT* FROCIE CLANDESTINE

11207340_10205731981242804_1032168200568219252_nIl 23 Gennaio siamo sces* in piazza gridando: “molto più di Cirinnà!”
In sostegno a chi si batte per l’approvazione della legge che regolamenta le unioni civili e in opposizione alla deriva fortemente omofoba, razzista e sessista degli ultimi tempi

A Perugia, in una splendida piazza piena di bandiere arcobaleno, le forze dell’ordine hanno tentato di farci togliere lo striscione che inneggiava alla rivoluzione queer perché troppo vicino all’ingresso del “sacro” duomo. Non rimarremo in disparte per non urtare la vostra sensibilità, siamo queer trans* femministe migrant* precar* puttane che debordano dai confini che tentate di imporci.
Contro il vostro “ordine” civile siamo tutt* frocie clandestine

Se la cittadinanza passa solo per la regolarità dei documenti e il pagare le tasse (tutt* le paghiamo, anche mentre compriamo il pane troppo caro per le nostre tasche!), allora siamo tutt* frocie clandestine. Non ci riconosciamo nella retorica borghese e razzista dei diritti e dei doveri, abbiamo tutt* diritti in quanto soggetti e non sulla base di essere o meno cittadin* di uno Stato, perché anche migranti e clandestini pagano in una società che continua a sfruttare i nostri corpi.

Se il nostro diritto ad amare chi ci pare passa solo per un matrimonio o un unione civile che non contempla tutte le altre forme di legame affettivo e sociale, allora siamo tutte frocie clandestine.
Non ci riconosciamo solo nella formula della coppia esclusiva omo o etero ma rivendichiamo legami multipli e altre intimità. Rifiutiamo la retorica che ci vuole tutte madri e rivendichiamo la libertà di scelta e l’autodeterminazione dei corpi. Chiediamo il riconoscimento di altre forme di genitorialità che vadano oltre la classe e il genere, accesso al welfare, reddito per l’autodeterminazione e diritti riproduttivi per tutt*!

Se questo è un frocio, bianco, bello, borghese, confinato in casa sotto una coperta tricolore che scopre tant* altr*, allora siamo tutt* frocie clandestine.
‪#‎noborders‬
‪#‎moltopiùdicirinnà‬
‪#‎vogliamotutto‬

Queersenzafrontiere

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Vengono a violentare le nostre donne

Traduzione di Vienen a violar a nuestras mujeres di Brigitte Vasallo apparso su Pikara Online Magazine nei giorni immediatamente successivi ai fatti di Colonia* calvin-klein-rape

I mezzi di comunicazione si sono affannati ad informarci dell’onda di stupri avvenuta a Colonia, Germania. Che cos’ha di speciale questo caso? Alziamo i calici per celebrare che finalmente i mezzi di comunicazione danno l’importanza che merita alle aggressioni in contesti di festa? Che finalmente la violenza sessuale è una questione di Stato? O siamo di fronte ad un caso tipico di purple-washing, dove le lotte delle donne si utilizzano per criminalizzare segmenti della popolazione e applicare politiche razziste?

La notizia di mille uomini organizzati per rapinare e violentare le donne di Colonia durante le celebrazioni di Capodanno è apparsa su tutti i giornali. Mille uomini che, man mano che trascorrono le ore, vengono identificati come arabi nordafricani il cui fantasma è andato ad aizzare il razzismo e la xenfobia della popolazione bianca, ora sotto una “nuova dimensione della delinquenza”, come hanno titolato alcuni giornali. La notizia ha avuto un’inusitata ripercussione negli spazi di comunicazione convenzionale, sempre restii a nominare come tale la violenza di genere. “Indignazione in Germania per l’onda di aggressioni alle donne a Capodanno”, titolava El Pais, o “Shock a Colonia per l’onda di aggressioni sessuali durante la notte di Capodanno” su El Mundo, tanto per citarne alcuni.

La cultura dello stupro non conosce frontiere

Su questo caso c’è un balletto di cifre che rischia di sviare il dibattito sulla questione prioritaria. Non dubito che nei prossimi giorni i mille uomini iniziali diventeranno molti meno, così come non dubito che le novanta denunce presentate siano reali. Mille, novanta o cinque non cambia il fatto che ci sono state delle aggressioni e che è scandaloso che continuino a succedere. E continuano a succedere senza dubbio; affinché non succedano è necessario stabilire un protocollo specifico e fare uno sforzo collettivo. E anche così continueranno ad accadere. Come ben sa chiunque abbia organizzato eventi con prospettiva di genere. Non dubito nemmeno che continueranno ad apparire denunce anche dopo questo caso in cui finalmente è stato generato un ambiente recettivo nel sistema politico e giuridico alle denunce per palpeggiamento, qualcosa di impensabile e che invece dovrebbe essere la norma.

La particolarità di questo caso è che stato posto il focus della supposta origine degli aggressori. Nordafricani. Stranieri. Ci sono anche mezzi di comunicazione che sottolineano che erano rifugiati. Abbassiamo i calici quindi perché l’accento posto su questo aspetto è estremamente preoccupante. Ed è una trappola. L’Europa non è diventata femminista con l’anno nuovo, ma continua ad essere razzista come sempre. Perché ciò che hanno in comune le aggressioni personali negli spazi di festa, tutte, quelle che succedono a Colonia, al Cairo e a Barcellona, non è l’origine o il colore degli aggressori, ma la costruzione culturale che permette agli uomini di pensare che l’aggressione può far parte della loro sessualità. Gli aggressori non sono né bianchi né neri, ne cristiani né musulmani: sono uomini, culturalmente/socialmente costruiti nella mascolinità egemonica. Né più né meno. Questa lettura che propongo chiaramente non avrà l’appoggio dell’estrema destra, della destra tradizionale e del maschilismo di sinistra che sono diventate femministe solo per poco tempo per denunciare la violenza che viviamo tutti i giorni noi che siamo letti come “violabili” (in questo noi sono compresi anche uomini trans, bambini e omosessuali). E tuttavia è la lettura che ci permette di identificarci come femministe contro il razzismo e continuare ad esigere metodi incisivi contro queste aggressioni.

Dalla cultura dello stupro sfortunatamente non si libera nessuno. Nemmeno i nord-africani. Tutti gli uomini del mondo globalizzato, da quando nascono, sono incoraggiati a stuprare. Tutti coloro che crescono con il cinema mainstream, coloro che hanno connessione ad internet, coloro che hanno come unica educazione sessuale i manuali di biologia o il porno online più grazioso. Tutti coloro che sono cresciuti nelle società patriarcali dove la dimostrazione della mascolinità passa per una sessualizzazione aggressiva e conquistatrice. Tutti sono incitati a molestare in un modo o nell’altro, attraverso la violenza, con l’insistenza o per sfinimento, tutti imparano che un “no” è un “forse”, che toccare il culo ad una ragazza nell’autobus ci sta e che se sei eccitato hai diritto ad esigere la tua ricompensa. Che “rubare un bacio”, ovvero baciare qualcuno contro la sua volontà, è un atto romantico e chiedere il permesso è sintomo di debolezza.

Le campagne pubblicitarie delle grandi marche di vestiti non hanno remore nel giocare con l’immaginario dello stupro (di uomini e donne chiaramente) e con la mascolinità sessualmente violenta, come lo fanno anche la musica pop (ricordate il video di Los Tres che fa apologie dell’assassino machista e lesbofobico?), il cinema (Tre metri sopra il cielo o Twilight incitano gli uomini ad essere una minaccia e le donne ad innamorarsi di loro proprio perché sono una minaccia), il calcio, con stelle troglodite come Cristiano Ronaldo e Gerard Pique ( del quale Shakira dice che “si intuisce nella nostra relazione che lui è molto territoriale. È un macho spagnolo, conservatore. Un tipo anche con una mente aperta… però gli piace difendere il suo territorio, la difesa. A me piace che sia così”).

Che tutti siano incitati a violentare, ovviamente non significa che tutti violentino. Perché ci sono quelli che resistono a tutta questa merda. Ci sono quelli che si decostruiscono e ci sono quelli che semplicemente non vogliono essere uomini in questo modo. E tutti questi conoscono bene la violenza implicita nel resistere alla norma egemonica. Perché quello che viene premiato è molestare non il contrario.

Il terrore rinnovato che produce l’idea di orde di signori venuti da fuori volenterosi di violentarci è una trappola della cultura dello stupro, che è riuscita a normalizzare il fatto che ogni volta che usciamo per andare a una festa ci sono orde di uomini che non aspettano altro che siamo abbastanza ubriache da lasciarci scopare senza il nostro consenso. Che quando denunciamo uno stupro cerchiamo prima in noi stesse la causa di quello che è successo (il vestito che indossavamo, il fatto che c’eravamo drogate, il fatto che flirtavamo con il violentatore). Collocare il terrore nell’altro fa sì che alla fine pensiamo che questa minaccia non esiste che al di là dell’altro. Che non viviamo in questa minaccia costantemente.

Purple-washing: non nel nostro nome

Se questa volta i mashilisti si sono infervorati è perché sono stati gli altri a violentarci. A noi hanno il diritto di violentarci soltanto i nostri uomini. È sufficiente ricordare l’articolo Tetas y toros che pubblicò Emilia Arias su Pikara Magazine denunciando la violenza sessuale che si vive durante la festa di San Fermino. Se rileggete i commenti a quell’articolo vedrete che siamo molto lontani dallo scandalizzarci quando quelli che ci toccano sono quelli che si sentono legittimati a farlo: “se in una festa piena di ubriachi ti tiri su la camicetta e muovi le tette e ti toccano è più o meno lo stesso che se ti rechi in un quartiere con seri problemi di delinquenza e per alleviare il caldo sventoli biglietti da 500€… te li ruberanno, e saranno dei delinquenti… però tu avrai gran parte della colpa! Dare tutta la colpa a quelli che ti rapinano o in questo caso ai tipi con la mano lunga è come ammettere che viviamo in un “lollypop world” ovvero dire “povere ragazze molestate e toccate senza il loro consenso (tra l’altro le centinaia di foto che girano in internet del caso di San Fermino ritraggono in maggioranza turisti bianchi), mentre sono in realtà delle arrizzacazzi provocatrici che desiderano essere montate in ogni modo”. Alcuni forum come custodiapaterna.blogspot.com.es hanno scritto degli articoli pieni di stronzate: “San Fermino… una festa machista? Una festa maschilista? Aggressione sessuale di massa? Va a finire di no… baccanale di sesso e alcool”.

La cultura dello stupro è in piena salute e qualsiasi tentativo di denunciarla genera un’enorme violenza. Così, mille uomini che aggrediscono delle ragazze in una notte di festa non è una nuova dimensione della delinquenza: è la stessa dimensione di sempre.

Il gioco in questo caso si chiama purple-washing: fare un lavaggio di testa femminista a politiche repressive di matrice razzista e fascista. Alimentare la xenofobia per difendere “le nostre donne”, “i nostri omosessuali”, “le nostre persone trans” all’improvviso minacciate da questa massa di uomini violenti e LGBTI fobici che vengono da più in là della nostra paradisiaca frontiera. A solo una settimana dall’omicidio di Alan per mano dei suoi compagni di scuola (Alan era un giovane studente trans che si è suicidato nei giorni scorsi a Barcellona a causa del bullismo subito a scuola), non possiamo permettere che venga usato il nostro nome invano. Non sono loro: siamo tutti.

Il razzismo e la xenofobia che i maschilisti vogliono accendere criminalizza tutta una frangia di popolazione, donne incluse, omosessuali, persone trans e uomini che rinnegano queste costruzioni egemoniche, un’infinità di identità che sono nostre alleate e che soffrono nel loro quotidiano la violenza della mascolinità guerriera, della mascolinità violenta, del macho conquistatore. Sviare l’attenzione delle aggressioni sessuali verso il colore, l’origine, la classe o la religione dell’aggressore, serve solo ad nascondere la cruda realtà: che le aggressioni sessuali sono sistemiche e che è il sistema a dover essere cambiato. Interamente. E questo all’opinione pubblica non piace molto.

Razzismo e genere

Il femminismo che non si occupa della oppressione della razza sarà inutile così come una lotta antirazzista che non si occupa delle questioni di genere. Proprio perché si sta utilizzando il genere per alimentare il razzismo e il razzismo per alimentare il più becero machismo. Poiché sono parte dello stesso problema, abbiamo bisogno di alleanze urgenti per fermare questo con tutte le braccia, tutte le grida e tutti i corpi possibili. Affinché denunciare gli stupri non sia utilizzato per costruire razzismo, affinché possiamo denunciare sempre, affinché sempre se ne parli nei giornali, affinché sempre i sindaci e le sindachesse prendano misure di urgenza. Affinché queste misure si focalizzino su ciò su cui devono focalizzarsi: né la classe, né la razza, né l’origine. Bensì la costruzione di mascolinità guerriera, conquistatrice e violenta.

* Traduzione a cura di Zia Gelsomina.

 

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Verso lo Sciopero Sociale e Generale del #14Novembre

scioperosocialeAssemblea pubblica umbra di student@, precari@, lavorator@ autonom@, opera@, disoccupat@, sul tema dello sciopero generale e sociale: mercoledì 29 ottobre alle 18.30 alla Consulta degli immigrati.

Attraverso questo incontro si vuole dare continuità territoriale allo Strike Meeting tenutosi a Roma tra il 12 e il 14 settembre e ai vari laboratori per lo sciopero sociale nati in seguito a quelle giornate, nei quali si é deciso di prendere una posizione forte contro il Job’s Act del governo Renzi e fare un discorso concreto su reddito e welfare del comune.

Il 14 novembre sarà la giornata dello Sciopero Sociale, uno sciopero del lavoro dipendente e del lavoro precario, di quello autonomo e della formazione, sarà uno sciopero metropolitano, meticcio, digitale e dei/dai generi.

In vista di questa giornata, ma con un’ottica di lungo periodo, vogliamo anche noi dare vita ad un laboratorio sullo sciopero sociale, come già stanno facendo in altre città (http://blog.scioperosociale.it/), per discutere e decidere in maniera intersezionale micro e macro pratiche di resistenza da mettere in atto contro la precarizzazione delle nostre vite.
Non possiamo assistere inerti di fronte all’intenzione del Governo di smantellare definitivamente il già precario sistema dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro! È ora di rifiutare i lavori gratuiti e umilianti, così come quelli che ci rendono precar@ e quindi ricattabil@! Vogliamo tutele, garanzie e proposte radicalmente diverse per cambiare la legislazione sul lavoro tutta spinta verso l’implementazioni delle politiche neoliberali!

Accorrete numeros@, è tempo di sciopero sociale!

Mercoledì 29/10/2014

h. 18.30

Consulta degli immigrati, via Imbriani, 2, Perugia

evento fb

Se i quadri potessero parlare… ai tempi del Jobs Act!

 

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Se i quadri potessero parlare…ai tempi del Jobs Act! #scioperosociale #14n

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    #scioperosociale #14n #redditopertutti #stopjobsact #noninmionome #giovanisisfruttatino Perché scioperiamo il #14n?  

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Baci illegali a Perugia_Le denunce non ci fermano

Le denunce non ci fermano. Permettono semmai di organizzarci meglio.
C’è una Perugia che scende in piazza contro la privatizzazione e la mercificazione degli spazi sociali!

BellaQueer Perugia ringrazia:
C.U.C., Ya Basta perugia, Csoa Ex Mattatoio, Cobas e le tante soggettività che hanno partecipato all’assemblea pubblica del 9 Ottobre e hanno ideato, costruito e performato insieme a noi le azioni del giorno seguente.
Ringraziamo anche tutt* quant*, singoli e gruppi, che ci hanno espresso solidarietà, attraverso comunicati politici e attestati di affetto.

L’autunno sarà caldo, la città di Terni ce lo ha preannunciato. Vi aspettiamo in piazza con ombrelli colorati, vestiti variopinti, tamburelli sonanti e pericolosissimi baci illegali!

Stay Rebel, Stay Queer!

 

 

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6 denunce a Perugia per la manifestazione contro le “Sentinelle in Piedi”

le sentinelle le vogliamo NO

Domenica 5 ottobre le strade e le piazze delle città italiane sono state invase da un fiume di gente festante, che con ironia e gioia ha travolto l’immobile oltranzismo cattolico omofobico e sessista delle “Sentinelle in piedi”, scese in piazza per sostenere una fantomatica libertà di espressione, di fatto per esprimersi contro l’agibilità sociale e politica e l’accesso ai diritti di donne, gay, lesbiche, trans etc..

L’esplosione di soggettività che li ha travolti ha messo in scena un protagonismo sociale differente, che non si limita alla difesa della libertà, ma è esso stesso esercizio e pratica della libertà. In tantissim* hanno riconquistato con una forza dirompente visibilità e agibilità politica in quegli spazi di vita quotidiana (la città stessa) che le politiche antisociali e liberticide dell’austerity sottraggono e rendono meno accessibili a tutt* ed ancora meno a chi rappresenta l’altro di una supposta neutralità del diritto (donne, gay, lesbiche, trans…).
In tutta Europa e non solo, le politiche neoliberiste negano reddito, smantellano i servizi e il welfare residuale, eliminando qualsiasi sicurezza sul futuro. Contemporaneamente a questa stretta micidiale sulla vita di ciascun@ di noi, avanza la destra sociale ed un nuovo fondamentalismo religioso arrogante, bigotto che individua nelle differenze (le donne, le lesbiche, i gay, ma anche l’altro, il migrante, il nero…) il nemico da combattere, da contenere, da ricondurre violentemente nella “norma” e da rendere invisibile in prestabiliti confini- anche spaziali- fuori dal diritto, come la casa o il centro di detenzione ed espulsione. Non occorre spostare in maniera voyeuristica lo sguardo verso le leggi antigay in Russia o verso i fanatici religiosi vestiti di nero dell’Isis, (che incivili gli altri!), perché l’avamposto della reazione è già in Europa. Chiaro esempio ne è la bocciatura della risoluzione Estrela, su “salute e diritti sessuali e riproduttivi”, da parte del Parlamento Europeo. Ma anche nei singoli paesi dell’Unione le cose non vanno diversamente: in Spagna, il tentativo di eliminare la legge sull’aborto ad opera di Gallardon (per fortuna attacco rientrato dopo ingenti mobilitazioni sostenute dal movimento femminista); in Francia le manifestazioni anti gay e lesbiche di Manif pour tous, che hanno portato alla vittoria delle destre. E in Italia? Il movimento delle “Sentinelle in Piedi” privatizza da quasi un anno le piazze, protetto dai tutori dell’ordine e offre loro il pretesto di reprimere ogni forma di (r)esistenza non mercificabile.

Anche Perugia il 29 marzo scorso aveva reagito in maniera spontanea, festosa e rumorosa alla violenza del silenzio imposto dalle sentinelle in Piazza della Repubblica. Ma a fronte dei tanti tamburelli che domenica 5 ottobre a Napoli hanno accompagnato la riconquista delle strade, nella città umbra un solo tamburello è bastato a dare avvio a procedimenti legali nei confronti di alcune persone, tanto pesanti per i capi di imputazione quanto ridicoli per le argomentazioni.

A distanza di sei mesi sono, infatti, stati denunciati alcun* attivist* dell’Omphalos Arcigay Arcilesbica Perugia e alcun* militant* del Collettivo Bella Queer Perugia che quel giorno di marzo si trovavano in piazza insieme a tante soggettività del mondo LGBT, femminista e queer della città. Denunce sulla cui emanazione potrebbe ragionevolmente aver pesato la nuova giunta di centrodestra. “Ombrelli colorati, accessori di abbigliamento multicolore e cori” e la percussione di un famigerato “tamburello di grosse dimensioni”, secondo quanto riportato nei documenti della Procura, sarebbero le “armi improprie” a disposizione degli/delle accusat* di disturbo della quiete pubblica, manifestazione non autorizzata e oltraggio a pubblico ufficiale.

Le denunce perugine, come quelle notificate anche in altre città italiane, rappresentano l’ennesimo tentativo di silenziare un’inarrestabile rivendicazione di eccedenza dalla norma eterosessuale e dai ruoli di genere, rigidamente codificati. Un tentativo di ricondurre alla domesticità una nuova soggettività eterogeneamente costitutiva, che, oltre la crisi e contro le politiche di austerity, sa opporre capacità critica, creatività e desiderio. Come ennesima beffa ed atto di autorità, sintomi del già citato clima reazionario che si respira in Europa, le denunce arrivano lo stesso giorno in cui il Ministro degli Interni Alfano attiva delle disposizioni che cancellano dai registri comunali i matrimoni tra persone dello stesso sesso officiati all’estero.

Tali strategie di potere sono votate al fallimento, perché non si può arrestare una realtà non eteronormata che già si è conquistata degli spazi da attraversare, mettendo in crisi tutte quelle retoriche costrittive e restrittive nei confronti dei corpi, e che nello scorso week end si è presa anche la ribalta mediatica. Ma non appena questa stessa visibilità verrà spogliata del suo contenuto politico, non bisogna abbassare la guardia sulle conseguenze che potrebbero avere i procedimenti penali avviati a Perugia, come in altre città italiane. Per questo non dimentichiamoci dei/delle compagn* e dei vari nazisti dell’Illinois che con i loro corpi, le loro performance hanno contrastato e risignificato le presunte egemonie reazionarie. E’necessario alzare il livello di critica organizzando assemblee pubbliche, aperte a tutta quella cittadinanza che già ha espresso spontaneamente il proprio dissenso.

Facciamo, in particolare, appello alla città di Perugia, alla sua ricchezza straordinaria di cooperazione, alle soggettività critiche che essa produce tutti i giorni: risvegliamo gli anticorpi in grado di debellare i continui attacchi ai diritti di tutt*, riprendiamoci agibilità politica in città, per praticare un esercizio comune e collettivo di libertà.

Per esprimere una prima condanna delle denunce e per decidere insieme cosa fare, ci vediamo tutte e tutti il 9 ottobre alle 18 al chiostro della Casa dell’Associazionismo, in via della Viola n° 1

STAY REBEL STAY QUEER

Collettivo Transfemministaqueer BellaQueer Perugia

Qualche riflessione sulle Sentinelle in Piedi

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CON LA PALESTINA NEL CUORE. COMUNICATO POLITICO DEL COLLETTIVO BELLAQUEER SULLA “QUESTIONE PALESTINESE”

queeragainstapartheid

Distruzione, macerie, morte: sotto i nostri i occhi si sta consumando l’ennesimo massacro della popolazione palestinese da parte del governo di Israele grazie ad armi – cacciabombardieri e sofisticati sistemi di droni – forniti gentilmente dagli Usa e dalle maggiori potenze europee, tra cui l’Italia (tanto per ricordare il business nostrano). Israele è un regime razzista di apartheid, il cui governo neoliberale taglia servizi privatizza e riduce salari e welfare, e che ora innalza il suo livello di distruzione e di violenza nei confronti dei territori a cui intende fare pagare i costi della grave crisi economica e sociale che la investe: PERCHE’ IL NEOLIBERISMO E’ SEMPRE PIU’ GUERRA che si nutre attraverso la moltiplicazione dei muri che amplificano la proliferazione dell’odio etnico e religioso.
E di muri e barriere il confine tra Israele e Palestina è pieno: i chekpoint per anni sono serviti da filtri per produrre una soggettività razzializzata e subalternizzata da mettere al lavoro dentro lo stesso confine nazionale israeliano (mentre le politiche serviliste dell’Anp e il delirio fondamentalista di Hamas hanno per anni fatto da controaltare a tale regime).
In questi anni la popolazione dei territori è da stata sfibrata, ridotta alla povertà, alla violenza continua e sistematica delle forze di occupazione che allargano mano mano confini (la repressione, la violenza dei coloni, le ruspe contro le case, la distruzione sistematica di tutti i diritti); contemporaneamente il regime di apartheid israeliano si è colorato di pink washing attraverso retoriche di propaganda che hanno dipinto il paese come democratico, civile, gayfriendly e al contrario stigmatizzato i palestinesi come “meno evoluti”, “omofobici”, “patriarcali”. Le stesse retoriche che, dopo il recente omicidio da parte dei coloni del ragazzo palestinese, ritrovato arso vivo in un bosco, sono state messe in atto dalle reti di comunicazione mainstream le quali hanno cercato di fomentare il sospetto che le responsabilità della morte del giovane fossero da addossare ai parenti dello stesso che lo avrebbero assassinato in quanto omosessuale.
Demistificare quello che accade, produrre un discorso capace di rompere le logiche dicotomiche (sessualizzate) -etniche, religiose, nazionali- dietro le quali la violenza del capitale si nasconde, è oggi un nostro preciso compito. Il nostro sostegno alla lotta e all’autodeterminazione dei palestinesi parte da qui, mentre proviamo a trasformare lo spazio di questo piccolo angolo di provincia, in cui ci situiamo e che chiamiamo Europa e mentre chiediamo a gran voce che le parole stop apartheid e pace – per tutti i conflitti degli stati nazionali che ci trasformano in carne da cannone del capitale- rientrino dentro l’agenda politica di tutti i movimenti che si pongano come forme di critica e lotta all’esistente.
Siamo palestinesi e siamo istraeliani renitenti alla leva, siamo donne che attraversano un checkpoint e queers in un consultorio occupato, siamo migranti che approdano a Lampedusa, siamo le reti solidali che combattono per il diritto alla mobilità, siamo le precarie, e siamo le occupanti di case, siamo quelle con il mutuo da pagare, siamo le frocie. Siamo quelle che attraversano i confini, siamo tutto, siamo la molteplicità. Stay rebel, stay queer!
No pink washing
Stop the war
Free Palestine
Destroy the apartheid
Queers Without Borders
 
BellaQueer Perugia
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LIBERE DI AGIRE, CAPACI DI REAGIRE!

Comunicato di BellaQueer Perugia a seguito dei fatti di Ponte Valleceppi252203_442765665787092_1030368054_n


Perugia è ancora una volta sulle prime pagine di tutti i giornali, ma stavolta non si tratta di una questione di “decoro e sicurezza”, dell’allarme sociale determinato dallo spaccio e consumo di stupefacenti, si tratta di una cosiddetta questione privata, un “delitto passionale”, un “dramma della gelosia”, di una “follia omicida” che ha colpito una famiglia alla periferia della città e colpisce la comunità umbra che si stringe attorno alla giovane mamma, all’amica di lei che ha tentato di proteggerla, all’unico “vero innocente”, il bimbo di due anni. A sparare è stato l’ex compagno e padre del bimbo, un uomo perugino come tanti, un “padre esemplare” che ricopriva di cure il bambino, mentre però perseguitava con minacce di morte l’ex compagna, che “qualcosa di grosso” deve aver fatto per suscitare cotanta reazione…

Ed eccolo qui, esplicitato su tutti i giornali locali e nazionali, su articoli e commenti, il rivoltante rituale discorsivo che si consuma alle spalle dell’ennesimo episodio di violenza del genere sul nostro territorio e che esplicita con tutta la sua violenza il retroterra sessista e patriarcale entro il quale atti come questo si iscrivono con una inquietante normalità. Sì perché la violenza di genere ha la sua radice profonda nei gesti banali e ripetuti della quotidianità in cui si insegna a una bambina la docilità, ad un maschietto a farsi rispettare e a non piangere “come una femminuccia”, ad una ragazza a non portare gonne troppo corte perché poi non si deve lamentare se scatena l’istinto predatore di un uomo, ad un ragazzo a vivere la propria sessualità come un vero maschio, che un giorno dovrà fare l’uomo di casa e sarà responsabile di moglie e figli. È quella che noi chiamiamo performance di genere, una riproduzione dei ruoli sociali e relazioni asimmetriche del tutto funzionale al mantenimento di un sistema di potere politico ben definito e che ripudia ogni possibilità di eccedenza dalla norma. Una norma che condiziona i nostri atteggiamenti e le nostre vite anche se non ce ne accorgiamo, ma che andiamo riproducendo ed accettando in tutti i nostri rapporti più e meno intimi, al lavoro, a scuola, all’università, in famiglia e in coppia.

La violenza di genere non è qualcosa di episodico ed isolabile dal contesto, un atto, un gesto da cui è sufficiente prendere le distanze, ma è espressione dell’immaginario culturale in cui siamo immers* e che quotidianamente con i nostri atti confermiamo. Un sistema che contempla la divisione binaria dei generi e dei ruoli, impone la regola eterosessuale ed esclude, stigmatizzandoli, i corpi e le esistenze che in questa regola non si ritrovano: soltanto a partire dalla consapevolezza del radicamento della violenza di genere nella nostra società e dal rifiuto della complicità al sistema etero-normativo si può cominciare a ragionare su vere pratiche di contrasto al sessismo strutturale.

È per questo che come frocie, trans*, donne, precarie, migranti, rifiutiamo l’approccio emergenziale e pensiamo che l’unica vera prevenzione sia una presa di coscienza della pervasività del problema. Rifiutiamo politiche securitarie fatte sui corpi delle donne, come il DDL contro il femminicidio che oggettifica il corpo delle donne e riproduce completamente la retorica della distinzione tra sante e puttane!


In una regione che è tra le più coinvolte dal fenomeno e ha visto soltanto nel 2013 l’apertura dei primi centri antiviolenza – dove lavorano notte e giorno donne instancabili ancora come volontarie e precarie! – rifiutiamo la retorica della protezione e reclamiamo il diritto ad essere libere di esprimere la nostra soggettività, libere di scegliere e di agire!

Rivendichiamo una lotta condivisa per l’autodeterminazione, il diritto per tutt* alla casa, al reddito e alla mobilità!

BellaQueer Perugia

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